Capitolo 27 del Volume 1 dei Libri di Cielo
Il testo si apre con un episodio significativo della vita mistica di Luisa Piccarreta, la quale, vedendo Gesù flagellato e coronato di spine, si offre di prendere il Suo posto per un periodo che lei immagina di quaranta giorni, pensando così di farLo riposare. Gesù accetta prontamente, ma sottolinea un principio fondamentale: questa missione non può essere imposta, ma richiede una consapevolezza e una libera adesione da parte della creatura, in quanto comporta sacrifici enormi per poter produrre gli stessi affetti della Sua passione. L'episodio diventa subito una lezione pratica sull'obbedienza. Luisa confida che il sacerdote non le avrebbe dato il permesso per evitare la fatica di recarsi ogni giorno a svegliarla, ma con sua grande sorpresa il confessore acconsente. Pur provando dolore per la sofferenza fisica e, soprattutto, per la privazione della Messa e dell'Eucaristia, Luisa affronta una violenta guerra interiore tra la sua natura umana e la volontà divina, uscendone vittoriosa proprio grazie alla sottomissione ecclesiale.
Su ordine dello stesso confessore, Luisa procede poi a rivelare i modi specifici con cui Gesù comunica con lei. Lo scopo di questa dettagliata spiegazione è eminentemente pratico: poiché il Signore parla a tutti, conoscere queste dinamiche aiuta ciascuno di noi a divenire attento e a saper cogliere la voce di Dio nella propria vita quotidiana.
Il primo modo descritto è un comunicare puramente intellettuale, che si manifesta quando l'anima esce dal corpo. Questa uscita può avvenire in modo istantaneo, lasciando il corpo come morto, oppure in modo più quieto, causando un impietrimento totale simile a quello dei veggenti, dove il corpo perde ogni sensibilità esterna ma l'anima rimane all'interno. Nella forma istantanea, l'anima attratta da Gesù si trova letteralmente in tutto l'universo in un solo istante. Il testo spiega questo fenomeno con l'efficace analogia della corrente elettrica: così come l'energia è contemporaneamente presente in ogni apparecchio collegato alla rete, l'anima unita a Dio, che sostiene tutto il creato, si trova ovunque senza bisogno di uno spostamento fisico. In questo stato, l'intelligenza della creatura si connette direttamente a quella divina. Non servono parole, ma in un solo istante si apprendono verità sublimi che richiederebbero anni di studio umano. L'anima viene così attratta da Gesù da trasformarsi nell'oggetto amato, al punto da non distinguere più la propria parte terrena da quella divina, giungendo a dire con san Paolo che non è più lei a vivere, ma Cristo in lei. Il rientro nel corpo, però, è descritto come un dolore acuto, paragonato alla disperazione di un cieco nato a cui è stata data la vista per un istante per poi essere riportato nel buio. Eppure, anche in queste estasi profondissime, l'obbedienza rimane la regola suprema: Luisa racconta di percepire da lontano l'arrivo del sacerdote e di rientrare istantaneamente nel corpo per non mancare al proprio dovere, spinta dallo stesso Gesù che la saluta e le raccomanda di obbedire.
In netta contrapposizione con la complessità del primo modo, vi è un secondo metodo basato sul parlare udibile. In questo caso l'anima vede la figura di Gesù, Lo sente pronunciare parole fisiche e risponde a voce, in un dialogo intimo simile a quello tra sposi. Curiosamente, Gesù usa pochissime parole, a volte una sola, ma ognuna di esse racchiude una luce infinita, paragonata a un ruscello che all'osservatore attento si rivela essere un vastissimo mare. Più la creatura medita e "rumina" quelle poche parole, più ne trae comprensione e nutrimento. Questo metodo risulta molto più consono alla fragile natura umana e facilita il compito di raccontare le esperienze al confessore. In queste occasioni, Gesù si comporta come un maestro divino ineguagliabile che, pur possedendo ogni scienza, sceglie consapevolmente di abbassarsi per insegnare l'alfabeto a discepoli ignoranti, ripetendo i concetti in modi diversi per assicurarsi che nessuno rimanga indietro o si senta mortificato dalla propria incapacità.
Ancora più profondo è il terzo modo di comunicare, definito sostanziale o creante. Esattamente come durante la Creazione la Parola di Dio fece esistere le cose dal nulla, quando Gesù parla all'anima infonde in lei la stessa sostanza di ciò che sta dicendo. Se Gesù parla di bellezza, infonde la Sua bellezza, causando la perdita immediata di ogni attrattiva per le cose terrene. Se parla di purità, trasmuta l'anima al punto da farle trascurare le debolezze corporali, innamorandola perdutamente delle cose di Cielo. Tuttavia, il testo pone una condizione indispensabile affinché questo avvenga: l'anima deve essere in grazia di Dio e aver preso una vera decisione di abbandonare gli idoli del mondo. Se si coltivano peccati, impurità o relazioni sbagliate, la virtù divina non trova spazio. Gesù interviene potentemente per liberare dai vizi solo quando constata una reale, sincera e decisa volontà della creatura di staccarsi dal "programma del mondo" per seguire Lui.
A coronamento di queste esperienze mistiche elevatissime, vi è un quarto modo di comunicare che risulta essere il più comune e accessibile a tutti i fedeli. Si tratta delle locuzioni interiori, quella voce dolce che si avverte nell'intimo, specialmente in preghiera davanti al tabernacolo, e della voce di Gesù che parla attraverso i fratelli. Spesso, infatti, attraverso una frase casuale detta da un amico o una persona incontrata per caso, Dio trasmette risposte precise, consolazioni o chiarimenti inattesi per la nostra vita. Persino le persone o le situazioni che ci creano fastidio o ci feriscono sono strumenti usati dallo Spirito Santo per farci specchiare, facendo emergere i nostri difetti nascosti e i "demoni" interiori per permetterci di purificarli, spingendoci a non fuggire dalle prove ma ad accoglierle come specchi della nostra umanità.
L'intera riflessione si conclude con una forte esortazione a smettere di considerare le esperienze mistiche come privilegi riservati esclusivamente a figure come Luisa o ai grandi veggenti. Queste anime sono semplicemente dei fari, dei lampioni posizionati lungo una strada nuova e sconosciuta per farci capire che stiamo procedendo nella direzione giusta e per infonderci il coraggio di non arrenderci. La via della Divina Volontà è la strada più veloce in assoluto per raggiungere il Cielo, molto più rapida di qualsiasi altra via spirituale, e Gesù parla continuamente a ciascuno di noi attraverso le Sacre Scritture, l'Eucaristia, le lezioni quotidiane e le persone che ci circondano. Il nostro unico compito è quello di ascoltare, di abbandonare le logiche mondane e di aprirgli il cuore, anche solo per una piccolissima feritoia, avendo la certezza che, una volta entrato, è Lui a stravolgere e a trasformare completamente la nostra vita.
L'esperienza mistica descritta nel documento si fonda radicalmente sul pilastro dell'obbedienza, riflettendo quell'atteggiamento di totale disponibilità che caratterizza i veri discepoli, a immagine di Colui che non è venuto per fare la propria volontà ma quella del Padre. La distinzione netta tra le ispirazioni ordinarie e queste forme di comunicazione divina ci introduce in un territorio dove lo Spirito Santo agisce con libertà sovrana, rammentando come il vento soffia dove vuole e se ne sente la voce, ma non si sa da dove viene né dove va. Il primo modo di comunicare, attraverso l'estasi e il cosiddetto "parlare intellettuale", trova un parallelo straordinario nell'esperienza di chi fu rapito fino al terzo cielo, dove udì parole ineffabili che non è lecito all'uomo pronunciare. In questo stato, l'anima viene sottratta ai sensi per essere immersa in quella Luce che è la vita degli uomini e che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. L'assenza di parole umane e la comunicazione puramente intellettuale riflettono l'intima natura di Dio, che è luce e in cui non vi sono tenebre alcune. L'autrice descrive accuratamente l'incapacità del linguaggio umano di contenere la rivelazione divina, proprio come accade a coloro ai quali è stato annunciato ciò che occhio non vide, né orecchio udì, né mai entrò in cuore di uomo. La struggente similitudine del cieco nato che riapre gli occhi per poi tornare nelle tenebre esprime il doloroso distacco dalla contemplazione della gloria divina, un'esperienza che genera nel credente una continua tensione, quasi uno stato di esilio o di purificazione, dove l'anima, pesata dalla fragilità della tenda terrena, anela a essere sciolta per essere con Cristo. Scendendo poi a una forma più percepibile, il secondo modo introduce la dimensione visiva e uditiva, in cui la comunicazione avviene attraverso la percezione della persona di Gesù Cristo e un reale scambio di parole. Questo dialogo intimo richiama da vicino il linguaggio sponsale del Cantico dei Cantici, dove l'amato parla alla sua diletta e il loro scambio, per quanto breve, racchiude una profondità insondabile. La constatazione che Gesù usi parole pochissime ma colme di luce ricorda il mistero del Verbo fatto carne, il quale rivelava i segreti del Regno nascondendoli ai sapienti e ai dotti per rivelarli ai piccoli. Egli si abbassa, come un maestro che si piega sui suoi allievi per insegnare loro le prime lettere, incarnando quella sapienza che, essendo umile, si fa vicino a chi è di cuore semplice, dimostrando concretamente che il suo giogo è soave e il suo peso leggero. Ancora più profonda è la terza modalità, che tocca la potenza creatrice della Parola divina. Quando l'autrice afferma che Gesù, parlando, partecipa la sua stessa sostanza e crea in lei ciò che pronuncia, si riecheggia potentemente il momento della genesi, dove Dio disse e le cose furono fatte. La Parola di Dio non è un suono vuoto, ma è viva ed efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio, capace di penetrare fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito. Quando Gesù parla di bellezza o di purità, non sta trasmettendo un semplice concetto morale, ma sta operando una reale trasformazione, infondendo la sua stessa natura. È l'adempimento della chiamata alla santità, poiché sta scritto che come è santo colui che ha chiamato, così anche voi siate santi. L'anima, investita da questa bellezza divina, sperimenta un'attrazione così violenta verso il Sommo Bene da sentire il rischio di spezzarsi per l'amore, vivendo in quella dinamica di morte e di vita che si compie nel Battesimo, dove l'uomo vecchio viene crocifisso con Cristo perché non sia più il peccato a dominare. Infine, l'esperienza si radica nella concretezza della vita quotidiana con il quarto modo, dimostrando che la grazia non si esaurisce nei fenomeni straordinari ma sostiene la normalità dell'esistenza. Questa locuzione interna, che avviene senza alcun suono per l'orecchio esterno, è segno della presenza del Paraclito promesso, quel Consolatore che il Padre manda nel nome del Figlio e che insegna ogni cosa e ricorda tutto ciò che è stato detto. Il fatto che questa voce arrivi anche nel mezzo delle distrazioni o delle conversazioni umane, portando istantaneamente pace e raccoglimento, è la realizzazione di quella pace che il mondo non può dare e che il Signore lascia ai suoi. È la voce del Buon Pastore che le sue pecore conoscono, capace di far tacere la tempesta interiore con una sola parola, ristabilendo l'ordine nella creatura e dimostrando che Dio non disprezza il cuore contrito e umiliato, ma sceglie proprio la debolezza umana per manifestare la sua forza, accompagnando l'anima in ogni istante con una tenerezza che mai viene meno.
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