Capitolo 10 del Volume 1 dei Libri di Cielo Parte 2
Esaminiamo ora letteralmente il capitolo 10.
Il cammino di fusione dell'anima nella Divina Volontà, così come emerge dagli scritti della serva di Dio Luisa Piccarreta, non si configura come un'opera di edificazione umana, bensì come un radicale percorso di svuotamento e purificazione. Questa indagine teologico-spirituale analizza il flusso completo dell'insegnamento divino attraverso tre passaggi nodali del testo mistico. Il percorso si snoda lungo un itinerario preciso: parte dall'esperienza della fragilità umana e dal primato della carità, attraversa la necessità della mortificazione come "impronta" della Croce, e culmina nella presa di coscienza del proprio "nulla" cosmico, soglia indispensabile per lasciare operare Cristo come unico attore e guida dell'esistenza. Ciascuna di queste tappe rivela una perfetta coerenza interna e un profondo radicamento nell'ortodossia biblica, qui indagata alla luce della Bibbia.
Il cammino dell'anima inizia inevitabilmente nello spazio della propria debolezza esistenziale. Il procedere iniziale si rivela altalenante, segnato dall'ingratitudine e dalla mancanza di una perfetta rettitudine interiore. Questo camminare tra sforzi e cadute non è un fallimento, ma la presa di coscienza del marchio del peccato originale e delle resistenze opposte dall'umana volontà — intesa come l'insieme dei demoni interiori — all'azione della grazia. È l'esatta traduzione esistenziale del dramma antropologico descritto da San Paolo nella Lettera ai Romani, in cui l'apostolo sperimenta il desiderio del bene senza la capacità di attuarlo, compiendo il male che non vuole. La confusione e il riconoscimento della propria ingratitudine aprono il cuore alla contrizione dei Salmi, dove il dolore per la propria miseria e il peso delle iniquità non conducono alla disperazione, ma alla supplica.
Di fronte a questa debolezza strutturale, Gesù introduce lo spirito di mortificazione, definendolo non come un fine, ma come lo strumento necessario per far morire l'uomo vecchio. È l'eco del comando evangelico che impone a chiunque voglia seguirlo di rinnegare se stesso e prendere la propria croce ogni giorno. Tuttavia, l'ascesi umana rischia l'autoreferenzialità se non è fecondata dall'Amore Purissimo. Gesù avverte che i sacrifici più grandi, se compiuti secondo le logiche del mondo — per dovere formale, orgoglio o vanagloria —, diventano insipidi. I profeti dell'Antico Testamento, in particolare Osea, avevano già espresso il rigetto divino per una religiosità meramente esteriore, ricordando che Dio desidera l'amore e non il sacrificio. Il sacrificio insipido evoca inoltre il severo monito del Discorso della Montagna sul sale che perde il sapore e non serve a nulla se non a essere gettato via.
La Carità si pone dunque come la virtù architettonica che infonde vita e splendore a tutte le altre. Senza di essa, le virtù umane degradano a semplice buona educazione o a sforzo stoico, rimanendo spiritualmente morte. Questa centralità assoluta della carità si specchia perfettamente nell'Inno alla Carità paolino della Prima Lettera ai Corinzi, dove si afferma che persino distribuire tutte le proprie sostanze o dare il proprio corpo per essere bruciato non giova a nulla se manca la carità. L'invito finale a operare in Lui, con Lui e per Lui sigilla l'unione mistica con Cristo, richiamando la teologia giovannea della vite e dei tralci, in cui il tralcio non può far frutto da se stesso se non rimane unito alla vite, poiché senza il Maestro non si può fare nulla.
Compresa la necessità della carità, l'insegnamento stringe il fuoco sulla dinamica del sacrificio e sulle condizioni oggettive affinché un'opera umana possa essere assimilata all'agire divino. Gesù estende lo spirito di sacrificio anche alle azioni necessarie e ordinarie. La santificazione non esige l'evasione dal quotidiano, ma la sua trasfigurazione: ogni atto deve recare un sigillo sacrale. San Paolo esprimeva questo principio nella Lettera ai Romani esortando i credenti a offrire i propri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio come culto spirituale, e ribadiva nella Prima Lettera ai Corinzi che sia il mangiare, sia il bere, sia qualsiasi altra azione devono essere orientati alla gloria divina.
Per spiegare il concetto di riconoscimento delle opere, il testo adotta la folgorante analogia della moneta regale. Una valuta priva dell'effigie del sovrano non ha corso legale e viene disprezzata; allo stesso modo, le azioni dell'uomo che recano l'impronta dell'amor proprio o del programma del mondo sono prive di valore per il Regno. L'anima deve restituire a Dio ciò che Gli appartiene intrinsecamente per diritto di creazione. La metafora evoca il celebre responso di Gesù sulla liceità del tributo a Cesare, in cui ordina di rendere a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio. L'iscrizione richiesta da Dio sull'opera dell'uomo è l'innesto con la croce, l'unico vanto legittimo del cristiano, per mezzo del quale, come afferma la Lettera ai Galati, il mondo è stato crocifisso per l'uomo e l'uomo per il mondo.
Gesù esplicita poi la natura della battaglia spirituale, chiarendo che non si tratta di distruggere le creature, ma se stessi. Questo passaggio corregge la perenne tentazione di individuare il male all'esterno di sé, nelle circostanze o nelle persone malvage. Dio ama immensamente le creature; l'unico nemico da annientare è l'umana volontà ribelle. La guerra è teologica ed escatologica, non carnale, in perfetta consonanza con la Lettera agli Efesini che ricorda come la nostra battaglia non sia contro creature di sangue e di carne, ma contro i dominatori di questo mondo di tenebra. La morte dell'io è la precondizione ontologica affinché Cristo divenga il principio vitale dell'uomo, permettendo la realizzazione del manifesto paolino: non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me.
Davanti al costo elevato di questa purificazione, che sopravanza le forze umane, interviene la promessa consolante per cui non sarà la creatura ad agire, ma Cristo stesso a operare in lei. L'ascesi si capovolge in mistica dell'abbandono. È la Grazia che sostiene la debolezza e opera l'interiorizzazione della legge divina, secondo la dottrina esposta nella Lettera ai Filippesi, dove si riconosce che è Dio a suscitare il volere e l'operare secondo i Suoi disegni, permettendo all'anima di faticare non da sola, ma grazie alla compassione divina che è con lei.
Il culmine del flusso dottrinale viene raggiunto quando l'anima, spogliata delle sue illusioni e innestata sulla Croce, riceve la rivelazione metafisica della propria totale inconsistenza. La definizione della creatura come un’ombra che sfugge coglie l'essenza della contingenza umana separata dall'Assoluto. L'uomo che dice "io" prescindendo da Dio vive in uno stato di totale finzione spirituale. La letteratura sapienziale biblica utilizza la medesima immagine per descrivere la transitorietà e la radicale fragilità dell'esistenza: nel libro dei Salmi si ricorda che l'uomo passa come un'ombra e si agita come un soffio, mentre il libro di Giobbe descrive la vita umana come un fiore reciso e un'ombra che fugge e mai si ferma. Gesù stesso ricondurrà l'uomo a questa verità strutturale nel Vangelo di Giovanni, ricordando l'assoluta impossibilità di produrre frutto da soli.
L'esperienza di questo disfacimento del nulla getta l'anima in uno stato di profondo annientamento, vergogna e totale afasia, desiderando quasi di nascondersi negli abissi. È l'esperienza tipica delle teofanie bibliche, in cui la manifestazione della santità specchiata di Dio svela per contrasto l'impurezza e l'inadeguatezza dell'uomo. È il grido del profeta Isaia nella visione del Tempio, in cui si riconosce perduto in quanto uomo dalle labbra impure, o la confessione di Esdra, confuso e pieno di rossore nell'alzare la faccia verso Dio a causa delle iniquità moltiplicate. Davanti all'Assoluto, ogni pretesa umana tace, come sperimenta Giobbe al termine del suo drammatico confronto col Creatore, decidendo di mettere la mano sulla bocca e di non replicare.
Tuttavia, nel momento esatto in cui l'orgoglio umano è annientato, il giudizio si trasforma in tenerezza salvifica. Gesù non respinge l'anima sfigurata dal rossore, ma le rivolge un invito all'intimità sponsale, esortandola a farsi vicina e ad appoggiarsi al Suo braccio. Il braccio e la destra di Dio, icone bibliche della potenza liberatrice e della protezione paterna, diventano il rifugio dell'anima che ha smesso di confidare nelle proprie forze. È l'immagine del Cantico dei Cantici che descrive l'anima che sale dal deserto appoggiata al suo diletto. La promessa di sostegno e di trasmissione della fortezza divina richiama l'oracolo del profeta Isaia che invita a non temere perché il Signore sostiene la creatura con la destra della Sua giustizia. La debolezza radicale confessata dall'uomo diventa così lo spazio di manifestazione della potenza di Dio, consentendo di affermare con San Paolo di poter tutto in Colui che dà la forza.
Infine, l'insegnamento si chiude definendo la nuova postura dell'anima purificata. Riconosciuta la propria radicale cecità intellettuale e spirituale, l'uomo riceve Cristo come unica Luce. È la proclamazione del Vangelo di Giovanni, in cui Gesù si definisce luce del mondo, promettendo che chi Lo segue non camminerà nelle tenebre. Il fatto che Gesù si posizioni innanzi esige un cammino di sequela in cui l'anima deve ricalcare le Sue orme, specchiandosi nell'immagine del Buon Pastore che cammina davanti alle sue pecore. Il cammino nella Divina Volontà si risolve così in un atto di contemplazione attiva e imitazione perfetta, riassunto dall'esortazione della Lettera agli Ebrei a tenere fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede.
In conclusione
Il flusso dell'insegnamento offerto da Gesù a Luisa Piccarreta traccia un itinerario di spogliazione mistica di assoluta coerenza teologica. Il punto di partenza è la dolorosa constatazione delle proprie cadute, le quali rivelano l'incompatibilità tra il programma del mondo e la vita dello Spirito. La soluzione non risiede in uno sforzo morale volontaristico, ma nell'accettazione della mortificazione quotidiana vissuta per puro amore. Questa mortificazione imprime sulle opere l'immagine del Re e l'innesto con la Croce, trasformando l'agire umano ordinario in atto divino.
Il traguardo intermedio di questo percorso è la salutare discesa negli abissi del proprio nulla: l'anima scopre di essere un'ombra cieca. Ma proprio in questo abisso di umiltà e di silenzio, dove l'umana volontà capitola definitivamente, Cristo si offre come sostegno, fortezza e luce guida. Camminando innanzi alla creatura, Egli assume la regia totale della sua esistenza, realizzando il fine supremo del cammino: lo svuotamento completo dell'io affinché la Divina Volontà possa regnare e operare liberamente nell'anima, a lode e gloria del Padre.
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