Capitolo 25 del Volume 1 dei Libri di Cielo
Il cammino spirituale descritto nel capitolo si articola in due grandi fasi, dove il primo volume funge da programma propedeutico e conoscitivo dei passaggi affrontati da Luisa, mentre dal secondo volume la parola e l'insegnamento si fanno pratica viva nella quotidianità di ciascun fedele, che è chiamato a sperimentare in prima persona quanto appreso. Un elemento centrale di questa prima fase è l'irrigidimento del corpo di Luisa, uno stato di impietrimento che non dipendeva dalla santità dei singoli sacerdoti chiamati a risvegliarla, ma manifestava la volontà divina di una totale obbedienza e rinuncia a operare da se stessi, producendo così una relazione intima tra l'anima e Dio. Questa totale sottomissione permette all'anima di porsi come vittima al centro tra la giustizia divina e l'umanità, come dimostrato dall'episodio del colera, in cui tre giorni di sofferenze accolte da Luisa furono sufficienti a eliminare il flagello dal mondo, rivelando l'immenso valore riparatorio del patire.
Anche i cambiamenti apparentemente dolorosi, come il trasferimento del confessore in campagna, vengono spiegati da Gesù come disposizioni della Provvidenza, poiché le creature sono solo temporanei porgitori di beni divini e il Signore, unico padrone dei cuori, guida la storia attraverso apparenti contrarietà che si rivelano essere vantaggiose coincidenze divine volte alla santificazione dell'anima. Per non ostacolare il flusso di questa grazia continua, Gesù esorta a mantenere una santa indifferenza verso le vicende umane e i messaggi catastrofici, evitando di guardare a destra o a sinistra per non zoppicare nel cammino spirituale, ma restando con l'occhio fisso esclusivamente sull'imitazione della Sua vita terrena.
Il distacco e l'arrivo del nuovo confessore permettono inoltre a Luisa di superare un forte blocco interiore fatto di vergogna che le impediva di raccontare le proprie esperienze mistiche; sotto l'azione sinergica del confessore che esigeva il racconto in virtù dell'obbedienza e di Gesù che la rimproverava severamente in caso di silenzio, Luisa impara a manifestare pienamente il proprio interno, offrendo al sacerdote la certezza teologica che tali fenomeni provenissero da Dio, il quale non permette l'inganno dei Suoi ministri di fronte a un'anima obbediente. Tutta questa impalcatura mistica mira a una trasformazione reale che svuoti l'anima dal programma del peccato originale per riempirla della grazia divina, un processo che non si esaurisce nella conoscenza intellettuale o nella lettura erudita dei testi, ma che inizia concretamente nel corpo che opera all'interno della scuola della vita quotidiana, tra famiglia, lavoro e relazioni, dove la vera beatitudine appartiene solo a chi ascolta la Parola con mente sgombra e si impegna a metterla costantemente in pratica.
Questo testo mistico, mette in luce dinamiche profonde dell'anima nel suo cammino di spogliamento e conformazione alla volontà divina, offrendo notevoli paralleli con l'antropologia e la teologia biblica. La transizione dolorosa legata al cambio del confessore e le resistenze interiori nel manifestare la propria coscienza si rivelano, nella trama della grazia, passaggi pedagogici cruciali attraverso cui il Signore purifica l'attaccamento umano, persino quello rivolto a mediazioni spirituali legittime e sante.
La risposta divina all'afflizione dell'anima richiama immediatamente il primato assoluto di Dio sulla storia e sull'interiorità umana. Quando il testo afferma che il Signore è il padrone dei cuori e può volgerli e rivolgerli come Gli pare e piace, risuona con forza la sapienza biblica, in particolare il celebre passo dei Proverbi che paragona il cuore umano, persino quello del re, a un corso d'acqua nelle mani del Signore, il quale lo dirige ovunque voglia. La figura del confessore precedente viene ridimensionata al suo ruolo autentico di "porgitore", cioè di mero strumento umano attraverso il quale fluisce l'unica vera sorgente della grazia. Questa dinamica si riflette nel Nuovo Testamento, dove l'apostolo Paolo rammenta ai credenti di Corinto che né chi pianta né chi irriga è qualcosa, ma solo Dio che fa crescere. L'invito a non avere l'occhio ora a destra ora a sinistra, ma a mantenerlo fisso sul Signore per non zoppicare e per seguire l'influsso della grazia, evoca il severo monito del profeta Elia sul monte Carmelo contro il popolo che zoppicava da entrambi i piedi, esortandolo a una scelta di fede radicale e indivisa. Anche la parabola evangelica sull'occhio come lucerna del corpo sottolinea che se l'occhio è semplice e orientato all'unico Bene, tutto il corpo sarà luminoso.
Il tema dell'obbedienza e della sottomissione all'autorità ecclesiastica emerge come il perno attorno al quale si sviluppa la purificazione contro il rischio dell'illusione e dell'inganno spirituale. La difficoltà iniziale dell'anima ad aprirsi, descritta come un blocco interiore e un rossore insormontabile, viene superata non per sforzo umano, ma attraverso la duplice e convergente azione di Gesù Cristo nell'interiorità e del confessore nel foro esterno. Questa mirabile sinergia rispecchia il principio espresso dalla dottrina biblica, secondo cui l'autorità legittima è posta da Dio per il bene delle anime e l'obbedienza ai pastori è garanzia di cammino nella verità, come esortato nella Lettera agli Ebrei. La minaccia della privazione della presenza divina, vissuta come la pena più amara e intollerabile rispetto alla quale ogni sofferenza terrena appare come filo di paglia, richiama il timore biblico della perdita della comunione con Dio, espresso drammaticamente nei Salmi quando l'orante supplica il Creatore di non scacciarlo dalla sua presenza e di non privarlo del suo santo spirito.
Infine, la richiesta del nuovo confessore di assoggettarsi allo stato di vittima e alle sofferenze solo previa autorizzazione e obbedienza manifesta la centralità del discernimento ecclesiale. La croce e la sofferenza non sono fini a se stesse, né devono scaturire da una ricerca egoistica di eroismo spirituale, ma devono essere costantemente vagliate e vissute nella logica dell'uniformità al volere divino e della comunione sacramentale. L'esperienza narrata dimostra come il Signore si serva di vie apparentemente contrarie e umanamente dolorose per condurre l'anima a una maggiore stabilità, confermando il principio paolino secondo cui tutto concorre al bene di coloro che amano Dio, trasformando la perdita umana in un guadagno spirituale per la sua gloria.
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