5^ Ora della Passione di NSGC
Le ore dell'agonia di Gesù nell'orto del Getsemani rappresentano un momento fondamentale per il cammino verso la santità e l'accoglienza del dono della divina volontà, poiché svelano una dimensione profonda della sofferenza che va oltre la mera passione fisica. Mentre le sofferenze del corpo di Gesù, provocate dagli uomini, servono a purificare la nostra anima dai nostri atti umani, nell'orto del Getsemani Gesù vive una passione spirituale e interiore, un'agonia d'amore che gli proviene direttamente da Dio. Questa sofferenza è il dolore stesso di Dio per le sue creature. In queste ore, Gesù ci manifesta il suo amore e ci dona l'attributo divino della compassione, che non è un semplice sentimento umano, ma è Dio stesso che opera in noi.
Quando proviamo l'impulso di aiutare qualcuno o sentiamo dolore per le necessità di un fratello, non siamo noi a essere buoni per nostra natura, ma è la compassione di Dio che si fa presente in noi per agire attraverso il nostro corpo.
Gesù ci attrae a sé come una calamita o una corrente elettrica, chiamandoci a vivere con lui l'esperienza del Getsemani per suggellare in noi questo attributo divino.
L'orto del Getsemani si attualizza oggi ogni volta che ci troviamo davanti a un fratello peccatore o sofferente; invece di fuggire per ipocrisia o paura del contagio morale, dobbiamo riconoscere che la tristezza e la commozione che proviamo per lui sono attrattive d'amore: è Dio che soffre per quel figlio e ci comunica la sua compassione per poterlo salvare.
Abbandonarsi a questa azione divina significa mettere in circolo i meriti che Gesù ha guadagnato duemila anni fa, producendo frutti di salvezza e conversione, con la certezza che la Divina Provvidenza non farà mancare nulla a chi si fa strumento. Nell'oscurità e nel freddo di quell'orto, che rappresentano il peccato e l'inferno, le stelle brillano come occhi piangenti; esse simboleggiano le occasioni di fare il bene che Gesù e Maria ci mandano per indicarci la via della santità, e il loro scintillio ci rimprovera per le volte in cui siamo stati indifferenti ai bisogni altrui. Avvicinandoci a Gesù, lo troviamo trasfigurato da una tristezza mortale, solo e abbandonato da tutti, persino dalla Madre e dagli apostoli. Egli ci stava aspettando, desideroso che un'anima amante dividesse con lui il calice delle amarezze. Accogliendo questo invito, assicuriamo a Gesù la nostra compagnia e, vivendo santamente, offriamo a Lui riparazione, sollievo e compatimento per i peccati del mondo, mentre agli uomini doniamo gli strumenti per salvarsi. Tuttavia, nonostante il nostro abbraccio, le sofferenze di Gesù si accrescono, facendoci percepire un fuoco che gli bolle nelle vene, spine invisibili che gli trafiggono il capo e flagelli interiori che lo tormentano. Alla domanda su chi gli infligga tali pene, Gesù rivela che il vero artefice della sua agonia non sono i carnefici umani, che faranno soffrire il suo corpo poco a poco, ma l'amore eterno, Dio stesso. Questo amore, essendo il primo moto di tutte le cose, fa subire a Gesù in un atto unico e nelle parti più intime della sua anima tutta la sofferenza per i peccati dell'umanità, rendendo la passione spirituale del Getsemani la manifestazione totale e simultanea del dolore di Dio, di cui la passione fisica non è che il riflesso visibile e frammentato.
Il testo esplora il mistero dell'amore divino, presentato non come un sentimento effimero, ma come una "passione perenne" che unisce intimamente la sofferenza alla redenzione. L'amore è descritto attraverso le metafore della passione di Cristo: esso è chiodo, flagello e corona di spine. Questo significa che l'amore vero provoca un dolore profondo, paragonabile a una sofferenza fisica, ma ha anche la funzione spirituale di abbandonarsi alla volontà di Dio senza reagire con logiche mondane. Gesù ha accettato il supplizio proprio perché la sofferenza è lo strumento con cui si salvano, si guariscono e si riparano i fratelli. Dio Padre ha permesso che il Figlio soffrisse per amore dell'umanità, e ora Gesù chiede ai credenti di partecipare a questa stessa missione, bevendo almeno una goccia del Suo calice. Tale partecipazione si manifesta attraverso la compassione: rattristarsi per chi soffre, provare dolore per chi è nel peccato o nella necessità. Patire con i fratelli permette a Dio di operare nella loro vita, e questa compassione costante, che non passa mai indifferente davanti al bisogno altrui, diventa la certezza della presenza di Dio in noi.
Per comprendere questa dinamica profonda, Gesù invita ad entrare nel Suo cuore, un processo che avviene attraverso la pratica di atti santi e divini. In questo scambio mistico, l'anima dona a Dio le proprie caratteristiche umane, mentre Dio dona all'anima una goccia di Sé, plasmando una nuova creatura spirituale che impara ad amare e a soffrire con la consapevolezza di cooperare alla salvezza del mondo. Entrando in questo cuore, si scopre che l'amore non agisce con strumenti materiali, ma con un fuoco penetrante che arriva fin nel midollo. Questo fuoco d'amore è l'urgenza della carità: un impeto interiore che non lascia pace finché non si soccorre chi soffre. Tuttavia, per accogliere questo fuoco, l'uomo deve prima svuotarsi del proprio nemico interiore, ovvero i vizi capitali, per fare spazio alle virtù dello Spirito Santo. Solo diventando "tutto amore" si può comprendere l'immensità di questo mistero, trasformando la compassione in un respiro naturale.
Il testo si trasforma così in una preghiera di totale abbandono e conformazione a Cristo. L'autore chiede di essere incoronato, flagellato e inchiodato non da strumenti di dolore fisico, ma dall'amore stesso, affinché ogni pensiero, parola, desiderio e azione sia puro parto d'amore. Vivere santamente significa imitare i modi di Gesù, restando indissolubilmente uniti a Lui, sconfiggendo il male e sigillando la propria anima con la Sua presenza. Questo cammino di purificazione esige l'accettazione silenziosa delle mortificazioni, delle calunnie e delle offese, viste come colpi che liberano l'anima dal marcio del peccato. Accompagnando Gesù dal Getsemani al Calvario, offrendosi come vittima espiatrice e imitando il silenzio e la compassione di Maria sotto la croce, si compie il passaggio fondamentale: la morte della volontà umana, costruita sull'egoismo e sul programma del mondo, per far risorgere la volontà divina. Ogni dolore accolto senza lamentarsi diviene dunque l'opera d'arte con cui Dio plasma l'anima, permettendole di risorgere a nuova vita.
Commenti
Posta un commento