Capitolo 6 del Volume 1 dei Libri di Cielo Parte 3
Il testo: «Io mi guardo assai bene da quelle anime che attribuiscono a loro stesse ciò che fanno, volendomi fare tanti furti delle mie grazie».
Ci ricorda che le anime orgogliose "puzzano di superbia" e sono così gonfie della propria volontà umana da non lasciare a Dio alcuno spazio per entrare. Quando un'anima si attribuisce il merito delle proprie buone azioni, della propria intelligenza o dei propri progressi spirituali ("ho capito il libro meglio degli altri"), compie un furto sacrilego, scambiando per farina del proprio sacco ciò che è un dono gratuito di Dio.
La Scrittura è severissima contro chi si appropria della gloria di Dio. In 1 Corinzi 4, 7 San Paolo smaschera questo atteggiamento: «Che cosa mai possiedi che tu non abbia ricevuto? E se l'hai ricevuto, perché ti vanti come se non l'avessi ricevuto?». Il rifiuto divino verso i superbi attraversa l'intera Bibbia, sintetizzato in Giacomo 4, 6 e 1 Pietro 5, 5: «Dio resiste ai superbi, agli umili invece dà la sua grazia».
Proseguendo si legge: «Invece a quelle tali che conoscono se stesse, Io sono largo di versare a torrenti le grazie mie [...] vivono con continuo timore che se non Mi corrispondono posso togliere ciò che ho dato...»
Quando l'anima riconosce di essere fragile, Gesù non versa più la grazia "goccia a goccia", ma vi si "tuffa" dentro a torrenti. Gli umili custodiscono questo dono con gratitudine e con un "continuo timore". Come specificato nei riassunti, non si tratta del terrore di un castigo divino, ma del timore filiale di sprecare il dono, sapendo che se si ritorna a usare il programma egoistico del mondo, la grazia si spegne a causa del nostro libero arbitrio.
L'effusione a torrenti richiama l'immagine dell'acqua viva in Giovanni 7, 38: «Fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno». Il legame tra umiltà e abbondanza si manifesta perfettamente nel Magnificat (Luca 1, 52-53): «Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote». Infine, il "continuo timore" di non corrispondere è l'esortazione paolina di Filippesi 2, 12: «Adoperatevi con timore e tremore per la vostra salvezza», consapevoli che tutto è dono.
Dice Gesù: «Tutto all’opposto nei cuori che puzzano di superbia: già neppure posso entrare nel loro cuore, perché gonfio di loro stessi non c’è luogo dove potermi mettere...»
L'orgoglio e la fiducia incrollabile nella propria volontà umana creano un ingombro interiore assoluto. L'anima è così "gonfia" di sé, dei propri ragionamenti e delle logiche del mondo (il programma di Satana) da non lasciare letteralmente spazio fisico a Dio. L'illusione di "farcela da soli" o di essere migliori degli altri impedisce a Gesù persino di varcare la soglia del cuore, portando la creatura a scivolare di caduta in caduta fino alla rovina spirituale.
Questa impossibilità di Dio di entrare nel cuore superbo richiama la severa ammonizione del libro dei Proverbi 16, 18: «Prima della rovina viene l'orgoglio e prima della caduta lo spirito altero». Un cuore gonfio di sé è come i farisei descritti da Gesù, ai quali dice in Giovanni 9, 41: «Se foste ciechi, non avreste alcun peccato; ma siccome dite: Noi vediamo, il vostro peccato rimane». La superbia puzza perché è corruzione dello spirito, l'esatto opposto del «buon profumo di Cristo» (2 Corinzi 2, 15).
Leggendo: «...voglio che tu stia come un bambino legato in fasce che non può muovere né un piede per dare un passo né una mano per operare, ma tutto [sta] aspettando dalla madre; così tu ti starai vicina a Me...»
Ecco la descrizione metodologica della fase del "Gesù Neonato" nell'anima. Essere come un bambino in fasce significa rinunciare a operare con le modalità inquinate del mondo (reagire per dispetto, lavare i piatti distrattamente, pretendere i propri diritti in famiglia). Significa fermarsi e bloccare ogni iniziativa mossa dall'egoismo per chiedere: «Gesù, Maria, come fareste voi questa azione?». Tutta la vita quotidiana — cucinare, perdonare, lavorare — viene consegnata a Dio, aspettando da Lui l'impulso d'amore necessario.
È la traduzione mistica del famosissimo invito di Gesù in Matteo 18, 3: «In verità vi dico: se non vi convertirete e non diventeremo come i bambini, non entrerete nel regno dei cieli». L'immagine del neonato che aspetta tutto dalla madre trova un riscontro poetico e profondo nel Salmo 131, 2: «Io sono tranquillo e sereno come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è l'anima mia». Il bambino in fasce non sperimenta l'ansia, perché sa che la sua sopravvivenza dipende interamente da chi lo ama.
La frase: «...m’impicciolivo, m’annichilivo, e delle volte giungevo a tanto da sentire quasi disfatto l’essere mio, in modo che non potevo operare... se Lui non mi reggeva».
Questa è la parte più costosa del cammino, l'inizio della "Passione" della volontà propria. Quando dobbiamo applicare la giustizia dell'amore (ad esempio, andare ad abbracciare e chiedere scusa a un familiare che ci ha trattato male e verso cui avremmo tutte le ragioni umane), l'orgoglio urla. Sentirsi "disfatti" significa sperimentare la crocifissione del proprio io, delle proprie pretese e dei propri risentimenti. Ma proprio in quella debolezza estrema, in quel sentirsi svuotati di tutto, l'anima sperimenta che è Gesù a darle la forza soprannaturale per fare il passo.
Questo totale svuotamento ricalca la kenosi (l'annichilimento) di Cristo descritta in Filippesi 2, 7: «...spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini». Quando Luisa si sente così disfatta da non poter fare un passo se non retta da Lui, sperimenta ciò che San Paolo dichiara in 2 Corinzi 12, 9-10: «Ti basta la mia grazia; la mia potenza infatti si manifesta pienamente nella debolezza. [...] Quando sono debole, è allora che sono forte». Solo quando l'essere umano si azzera, l'essere divino può manifestarsi. In conclusione: Il testo si rivela come un invito a passare da una fede superficiale e frammentata dalle approvazioni umane a una fede mistica e sponsale. Gesù si presenta come il chirurgo interiore che, per poter guarire l'anima dai vizi del peccato originale e far crescere il Suo germe divino, esige il silenzio intorno alla creatura. Ci ricorda che la santità nella Divina Volontà non è una scalata moralistica fatta di sforzi titanici compiuti dall'uomo, ma è un abbandono fiducioso all'azione quotidiana del Maestro. Gesù chiede all'anima di non preoccuparsi del proprio passato o dei propri limiti, perché è Lui stesso a fare da regista, da insegnante e da nutrimento, a patto che l'uomo Gli consegni ogni mattina la propria disponibilità a essere "pennellato" a Sua immagine. Ogni volta che ci sentiamo capaci, bravi o superiori a un fratello (magari perché frequentiamo questa scuola spirituale), stiamo compiendo un "furto" e chiudendo le porte a Gesù. Al contrario, quando iniziamo la giornata dicendo: «Gesù, io sono un nulla, le mie reazioni umane sono malate, metto tutto nelle tue mani», attiriamo il torrente della Sua vita divina. Sentirsi feriti, stanchi o incapaci di perdonare non è un segno di fallimento spirituale, ma è il momento del "disfacimento" benedetto in cui la volontà umana sta morendo per lasciare spazio al giovane uomo maturo che è Cristo in noi. La scelta davanti a noi è netta: restare "gonfi" di ragioni umane e scivolare verso la rovina, oppure accettare le fasce dell'umiltà e lasciarsi sollevare dalle braccia di Dio.
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