Capitolo 5 del Volume 1 dei Libri di Cielo Parte 5

Arrivati al passo: "Imita Me quando stavo nella casa di Nazareth... la mia mente non si occupava d’altro che della gloria del Padre", scopriamo che alla luce del Nuovo Testamento, la vita nascosta di Gesù a Nazareth è riassunta nel Vangelo di Luca 2, 51-52: «Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. [...] E Gesù cresceva in sapienza, in statura e in grazia davanti a Dio e agli uomini». Questa totale dedizione alla missione si riflette anche nell'esortazione di San Paolo in Colossesi 3, 1-2: «Se dunque siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio; pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra».

  • Nazareth è l'archetipo della vita ordinaria (la famiglia, il lavoro quotidiano) trasformata in un atto perenne di culto. Gesù rivela a Luisa che il Suo silenzio esteriore di trent'anni era in realtà un'attività interiore incessantemente rivolta alla gloria del Padre e alla salvezza delle anime. Non serve fare cose straordinarie, serve fare le cose ordinarie con una mentalità divina.

Infine con il testo: "Con le mie parole cercavo di riparare le offese... e, primariamente, la mia Madre e San Giuseppe", scopriamo che la parola usata come strumento di salvezza ed edificazione, a partire dai propri familiari, rispecchia i consigli dell'Apostolo Paolo in Efesini 4, 29: «Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, al fine di giovare a quelli che ascoltano». L'effetto di "saettare i cuori" richiama l'efficacia della Parola descritta nella Lettera agli Ebrei 4, 12: «La parola di Dio è viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell'anima e dello spirito».

  • Questo passaggio conferma la legge dell'amore ordinato ("vasi comunicanti"): la santità personale non isola, ma si riversa anzitutto su chi ci è vicino. I primi a beneficiare dei modi santi di Gesù furono Maria e Giuseppe. Allo stesso modo, se la creatura impara a parlare "santamente" – cioè con carità, verità e spirito di riparazione – le sue parole diventano saette d'amore che guariscono, consolano e convertono, a partire dai membri della propria famiglia.

Con questo abbiamo descritto la reazione psicologica e spirituale dell'anima di fronte alla radicalità della chiamata divina. Abbiamo mostrato il passaggio dalla confusione iniziale alla confessione della propria debolezza, fino a giungere all'apparente durezza dei "ricatti d'amore" con cui Gesù educa la creatura.

Proseguendo nel commento arriviamo al passaggio che riflette perfettamente le dinamiche della conversione e della purificazione interiore dei profeti e dei discepoli.

L’espressione "Io restavo muta, tutta confusa... Gli confessavo la mia debolezza"

  • biblicamente indica che il silenzio e la confusione sono la reazione tipica dell'essere umano quando viene investito dalla santità e dalla maestà di Dio. Nel libro del profeta Daniele 10, 15, di fronte alla visione divina, si legge: «...rivolsi la faccia a terra e rimasi muto». Nel Nuovo Testamento, la consapevolezza di non saper fare altro che il male senza Dio riecheggia nelle parole di San Paolo in Romani 7,18: «In me, cioè nella mia carne, non abita il bene; c'è in me il desiderio del bene, ma non la capacità di attuarlo».

    La confusione di Luisa non è disperazione, ma l'inizio dell'umiltà autentica. L'anima riconosce lo scarto immenso tra i propri modi (il "programma del mondo") e i modi santi di Gesù. Come evidenziato nei passi precedenti, questa ammissione di totale debolezza è la condizione indispensabile perché la grazia possa agire: solo un vaso che si riconosce vuoto può essere riempito.

La frase "Questo è il bene che mi vuoi? Chi mai ti ha amato come Me?"

  • Mostra che il rimprovero di Gesù richiama il carattere geloso dell'amore di Dio nell'Antico Testamento, dove la "gelosia" divina è sinonimo di un amore assoluto che non ammette idoli o divisioni. In Esodo 34, 14 è scritto: «...il Signore si chiama Geloso: egli è un Dio geloso». Nel Nuovo Testamento, Gesù esige la stessa centralità assoluta nel cuore dei discepoli per poter riordinare i loro affetti: «Se uno viene a me e non odia [espressione semitica per 'distaccarsi da', 'mettere in secondo piano'] suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo» (Luca 14, 26).

    Come analizzato nella catechesi precedente, Gesù non sta vietando a Luisa di amare i propri cari (il che violerebbe il comandamento dell'amore verso il prossimo). Il richiamo riguarda l'indipendenza affettiva: amare le persone secondo i modi del mondo (attaccamenti ansiosi, mormorii mentali, pretese) esclude Dio. Gesù si propone come l'unico che ha amato la creatura fino a dare la vita, reclamando il diritto di essere il canale attraverso cui l'anima ama tutto il resto.

Dire "Vedi, se tu non la finisci, Io ti lascio!"

  • Richiama che la minaccia dell'abbandono è una forte provocazione pedagogica che scuote l'anima dal rischio del compromesso spirituale. Trova un parallelismo nell'ammonimento di Gesù alla chiesa di Laodicea in Apocalisse 3, 16: «Poiché sei tiepido, non sei cioè né freddo né caldo, sto per vomitarti dalla mia bocca», oppure nelle parole del profeta Azaria in 2 Cronache 15, 2: «Il Signore sarà con voi, se voi sarete con lui; se lo cercherete, si farà trovare da voi, ma se lo abbandonerete, vi abbandonerà».

    Dal punto di vista teologico, Dio non abbandona mai nessuno. Tuttavia, come spiegato nei riassunti precedenti, questa frase costituisce un "ricatto a fin di bene". Se l'anima continua a nutrire il programma del mondo, è l'anima stessa che, di fatto, scaccia Gesù e spegne la percezione della Sua grazia. La minaccia serve a mantenere la creatura in uno stato di costante vigilanza.

La frase "Alle volte mi sentivo dare tali e tanti rimproveri amari che non facevo altro che piangere"

  • Indica che nella Bibbia le lacrime causate dai rimproveri divini non sono un pianto di condanna, ma di contrizione e purificazione. È la "tristezza secondo Dio" descritta da San Paolo nella Seconda Lettera ai Corinzi 7, 10: «La tristezza secondo Dio infatti produce un pentimento irrevocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza del mondo produce la morte». Nel Vangelo, l'esempio più alto è lo sguardo di Gesù che incrocia quello di Pietro dopo il tradimento: «E, uscito fuori, pianse amaramente» (Luca 22, 62).

    Questi "rimproveri amari" si traducono nella vita del credente come un'acutizzazione del senso di colpa e del discernimento. Gesù rende l'anima estremamente sensibile, affinché avverta il dolore del peccato e del tradimento d'amore. Il pianto di Luisa è il segno che il cuore di pietra si sta sciogliendo per diventare un cuore di carne, pronto a essere modellato dal Divino Regista.

In sintesi, questo celebre passaggio degli scritti di Luisa Piccarreta descrive il traguardo della perfetta libertà interiore e la guarigione dell'affettività umana attraverso il disinganno dalle creature e l'amore vissuto "in Dio".

Nel proseguire, mostriamo ora come la grazia eucaristica trasformi radicalmente la psicologia e le relazioni del credente.

Analizzando il testo "Dopo la Comunione mi diede un lume tanto chiaro... sulla volubilità ed incostanza delle creature"

  • Capiamo che La Scrittura mette continuamente in guardia l'uomo dal riporre la propria speranza e il proprio baricentro emotivo negli esseri umani, che sono fragili e mutevoli. Nel Salmo 145, 3 si legge: «Non confidate nei potenti, in un uomo che non può salvare». Il profeta Geremia 17, 5 usa parole ancora più forti: «Maledetto l'uomo che confida nell'uomo, che pone nella carne il suo sostegno, allontanando il suo cuore dal Signore».

    Gesù si serve dell'intimità della Comunione per donare un "lume" (una grazia di sapienza). Mostrando la volubilità degli uomini — capaci di amare oggi e tradire domani — Dio non vuole indurire il cuore di Luisa, ma vuole guarirlo dall'idolatria affettiva. Solo quando l'anima sperimenta il disinganno dalle creature smette di pretendere da loro quell'amore assoluto che solo Dio può dare.

Dire "M’insegnò il modo come amare le creature senza discostarmi da Lui... come immagine di Dio"

  • Equivale al cuore del secondo comandamento dell'amore, illuminato dalla Genesi. In Genesi 1, 27 è scritto: «Dio creò l'uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò». Nella Prima Lettera di Giovanni 4, 21 viene sancito il legame indissolubile tra l'amore a Dio e quello al prossimo: «Questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche il suo fratello».

    Gesù risolve qui il paradosso sollevato nei testi precedenti. Non chiede di non amare, ma insegna a farlo con una mentalità divina. Amare le creature "come immagine di Dio" significa che l'altro non è più il fine dell'amore, ma il canale. Se la creatura ci fa del bene, la Bibbia ci invita a lodare la Fonte: «Ogni buon regalo e ogni dono perfetto viene dall'alto, discendendo dal Padre della luce» (Giacomo 1, 17). L'amica o il parente sono solo gli strumenti; il vero Autore del dono è Gesù.

La frase "Se poi ricevevo delle mortificazioni, dovevo guardarle pure come strumenti... per la mia santificazione"

  • Fondamentalmente È la teologia sapienziale della Croce e della pedagogia divina. Nella Lettera agli Ebrei 12, 6 si legge: «...il Signore corregge colui che egli ama e sferza chiunque riconosce come figlio». San Paolo, nella Lettera ai Romani 8, 28, afferma solennemente: «Del resto, noi sappiamo che tutto concorre al bene di coloro che amano Dio», dove il "tutto" include anche le offese e le umiliazioni.

    Quando il "Regista" divino assume la conduzione della giornata, le offese del prossimo cambiano di significato. L'anima non si offende più e il cuore non resta "ombrato" (non cova rancore), perché riconosce che quella mortificazione è un mezzo permesso da Dio per sgretolare l'orgoglio umano e far crescere le virtù. Chi ferisce l'anima diventa, paradossalmente, uno strumento inconscio della sua santificazione.

Il testo "Per qualunque mancanze vedevo in loro, mai non perdevo la stima... se mi motteggiavano... se mi lodavano..."

  • Significa che Questo atteggiamento ricalca la libertà di Cristo di fronte al giudizio degli uomini. In Giovanni 2, 24-25 è scritto che «Gesù [...] non si confidava con loro, perché conosceva tutti e non aveva bisogno che qualcuno gli rendesse testimonianza sull'uomo». San Paolo esprime la stessa identica indipendenza in 1 Corinzi 4, 3: «A me però importa pochissimo di essere giudicato da voi o da un tribunale umano».

    Sapendo che l'umanità è ferita e incostante (il bagaglio dei "vasi comunicanti" del peccato originale), Luisa non si scandalizza più delle mancanze altrui e non perde la stima per i fratelli. Se viene insultata ("motteggiata"), lo vede come un guadagno spirituale per esercitare la pazienza; se viene lodata, rifiuta il compiacimento sapendo che il favore umano è effimero ("Oggi questo, domani possono odiarmi"), proprio come la folla che la Domenica delle Palme gridava "Osanna" e il Venerdì Santo "Crocifiggilo".

Dire "Insomma, il mio cuore acquistò tale una libertà, che io stessa non so esprimerlo"

  • È il compimento della promessa evangelica sulla verità che affranca l'uomo. In Giovanni 8, 36 Gesù dice: «Se dunque il Figlio vi farà liberi, sarete liberi davvero». E San Paolo esclama in Galati 5, 1: «Cristo ci ha liberati perché restassimo liberi; state dunque saldi e non lasciatevi imporre di nuovo il giogo della schiavitù».

    La sottomissione totale alla Divina Volontà e alla regia di Gesù non produce alienazione o rigidità, ma conduce all'effetto psicologico opposto: una libertà immensa. L'anima è finalmente libera dal bisogno di approvazione, libera dalla paura del rifiuto, libera dal rancore e dai condizionamenti del mondo. Il cuore, ancorato stabilmente nell'Amore immutabile di Dio, sperimenta già sulla terra la pace imperturbabile del Paradiso.

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